Tema 1

Cerca la Pace e Persseguila

(RB Prol 17; Ps 34,15)

Sr. Margaret Malone SGS, * 1936

St. Scholastica’s/ Toxeth House/ 2.AV.Road/ Globe Point SNW 2037/Australia
Conferenza a 21. 9. 2003 con il C.I.B.  in Sydney/Australia

Vorrei sviluppare un punto che ha delle incisioni enormi sulla vita della comunità. È la questione della riconciliazione all’interno della comunità, ciò che ne causa il bisogno, come possiamo ricercare la pace e perseguirla, quali sono i processi che ci possono aiutare a fare questo. Il mio punto di partenza è lo strumento delle buone opere, 4,73, (traduzione di Kardong). Se si ha una lite con qualcuno, si faccia la pace prima del tramonto. La sorgente di questo testo è certamente il famoso testo di S. Paolo agli Efesini 4,26, nell'ira non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. La traduzione della nuova Bibbia in inglese ha un'interessante sfumatura, Se sei adirato, non lasciarti condurre al peccato; non tramonti il sole sopra la tua ira e non dare occasione al diavolo. (in alto) Dunque, il punto non è l’ira stessa, ma l’atteggiamento che si ha con essa. Noi non dobbiamo assecondarla, lasciarci condurre al peccato, ma dobbiamo invece fare lo sforzo di restaurare la pace – probabilmente l’ora prima del tramonto del sole è simbolica, ma nonostante tutto indica che qualcosa dovrebbe essere fatto.

Andre Louf ha detto una volta che la comunità Cristiana è costruita su debolezze umane, è un luogo di perdono, un luogo di guarigione. Tutti noi conosciamo le debolezze che sperimentiamo nella comunità, ma mi chiedo: noi conosciamo e abbiamo sperimentato la comunità come luogo di guarigione e di perdono? Ci dovremmo chiedere, è possibile attuare la RB 4,73 facendo pace prima del tramonto del sole? Certamente non è così nelle circostanze del mondo attuale, dove l’occhio per occhio sembra essere la regola vigente.

Se si guarda con attenzione il testo della regola, è ovvio che non è possibile accusare Benedetto di cadere nel mero ed impossibile idealismo. Considerando alcuni dei tanti rischi da cui lui ci mette all’erta, noi vediamo che tali cose accadono anche nelle migliori cerchie. Probabilmente aveva visto accadere tutto ciò di persona. Ecco qui alcuni dei punti che lui ha menzionato nel capitolo 4 dove sottolinea l’universalità del peccato, peccato che corrode la comunità, distrugge la pace, e mostra che abbiamo bisogno di lavorare verso la totalità e la riconciliazione – ira, vendetta, inganno, falsa pace, rispondere al male con il male, mormorazione, contesa, invidia, gelosia, odio, parlare male degli altri.(in alto) Certamente, quello che Benedetto cerca di mostrare è che la comunità dovrebbe essere unita cercando di vivere l’insegnamento del vangelo. Almeno alcune di queste colpe appaiono nella vita della nostra comunità. Se il peccato è regnante, che ne sarà della riconciliazione? Penso che questo sia uno dei punti chiave del nostro vivere. Con le parole di David Armstrong, un ministro protestante del Nord dell’Irlanda, che è stato mandato via dal paese dagli anziani della propria chiesa quando ha cercato di colmare una lacuna tra i protestanti e cattolici - Una Comunità che non ha niente da dire sulla riconciliazione non ha proprio nulla da dire. (in alto)

La corrosione nella comunità

Un ricercatore sociale, Hugh Mackay, ha scritto su di un quotidiano di Melbourne poche settimane fa, che lui crede che il significato della nostra vita debba essere ricercato nella qualità delle nostre relazioni personali e da nessun'altra parte. Facciamo parte della stessa umanità. Impariamo i migliori valori gli uni dagli altri. In generale, penso che Benedetto concorderebbe su questo. Dunque se è così, abbiamo bisogno di guardare che cosa danneggia la qualità del nostro rapporto personale e di vedere se possiamo fare qualcosa affinché ciò non avvenga. Penso di iniziare facendo qualche commento su alcuni di questi punti del capitolo 4.(testi in alto).

Ira: a prescindere dal testo di San Paolo agli Efesini, c'è certamente l’insegnamento del vangelo su che cosa può fare riguardo all’ira. Il testo di Matteo, 5,22, con il discorso sulla montagna è molto chiaro a proposito. Non soltanto l’omicidio ti rende soggetto al giudizio, dice Matteo, ma Io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello o sorella, sarà sottoposto a giudizio. Quindi, se si esprime quest’ira insultando un fratello o una sorella, chiamandolo stupido/a, si è soggetti al consiglio o anche al fuoco dell’inferno. E poi segue il testo familiare, dove le vostre offerte all’altare non saranno accettate finché non vi sarete riconciliati. Soltanto facendo così potrete venire ad offrire il vostro dono (5,24).

Come ho detto prima, non è l’ira in se stessa, ma è l’espressione di essa in un atteggiamento aggressivo che ne fa un problema. Le nostre azioni devono essere guidate tanto dalla ragione quanto dall’emozione. Holzherr ha notato un punto interessante, che questo strumento segue il Nulla anteporre all’amore di Cristo (4,21) così questo amore di Cristo modella il nostro modo di vivere. Per gli amanti di Cristo, non c’è un posto per la malizia, per il circolo vizioso del male, dove l'ingiustizia genera ingiustizia, la violenza genera violenza e così via. Soltanto l'amore può troncare questo circolo. Qualcuno deve assorbire la violenza, e rifiutare le rappresaglie.

Il desiderio per la vendetta è collegato a tutto ciò. Dysinger definisce questo strumento come ciò che non permette di custodire la collera e aumenta il desiderio di vendetta. Qui c'è un’ indicazione di un modo di covare rancore che eventualmente, se assecondato genererà un’aggressione. Sia l'inganno che la falsa pace indicano una mancanza di onestà. Si può avere l’impressione di stare bene, ma interiormente il rancore cresce. Geremia lo ha espresso bene – Tutti loro parlano di pace con il loro prossimo, mentre nell'intimo gli ordiscono un tranello. Ger. 9:8

Rispondere al male con il male deriva dall’incapacità di accettare un torto senza rappresaglie. Non c'è nulla dal quarto grado dell'umiltà in un tale comportamento. Ritornerò su questo quando parlerò del perdono.

Holzherr nota che la mormorazione è un modo sgarbato di trovare gli sbagli. E' una forza insidiosa e distruttiva in qualunque comunità, e Benedetto la condanna in tutta la regola con i termini più forti possibili.

Poi seguono il rovinare la reputazione altrui, l’odio, la gelosia, l’invidia, tutti i rapporti distruttivi e la fiducia che noi possiamo avere in ognuno. La contesa implica litigi abituali ed un atteggiamento che può crescere se non frenato; proprio come l'ira, la contesa non dovrebbe per forza di cose essere il risultato di un conflitto. Essa può infatti essere controllata.

Altre possibili colpe sono elencate dappertutto nella regola, non voglio commentarle ma solo nominarle. Ci sono quelle all'inizio del capitolo 23 e nel capitolo 46, e c’è ovviamente il terribile vizio della proprietà privata. (in alto) Così pure, le persone che arrivano alla preghiera in ritardo e le spine della contesa sicuramente fioriranno. (13.12) Benedetto sente anche il bisogno di ammonire il colpirsi l’un l'altro (70.1) in quanto queste cose saranno successe allora e queste, o forse altre, stanno accadendo anche adesso.

In un suo discorso nell’Aprile di quest'anno,  Rowan Williams ha usato un termine utile ma coraggioso. Ha fatto la domanda, Qual è l’atteggiamento della comunità? Una domanda che vale molto per noi stessi e per la comunità. E' la mormorazione, la contesa, il giudicare gli altri, il dare la colpa agli altri, chiacchierare, la mancanza di perdono....? oppure è l'amore degli uni e per gli altri, la lotta per la pace, la generosità, l'accettazione...?

La comunità e gli Strumenti

Nel prologo, quando Benedetto usa l'immagine della scuola, intende parlare del bisogno di rettificare le colpe e salvaguardare l'amore. Poi nel capitolo 4, che è il mio punto di partenza, parla di quegli strumenti e di quei modi che costituiscono una via per lavorare su questo. Certamente alcuni degli strumenti sono questi...Non odiare o dare spazio all'ira e così via. Ma forse abbiamo bisogno di un aiuto in più rispetto a questa semplice indicazione. Nel discorso di Rowan Williams al quale mi sono riferito prima, egli usa una meravigliosa immagine per definire gli strumenti degli agricoltori , li definisce cioè come un'estensione della loro mano, una parte di loro. Ma si potrebbe anche usare l'immagine di un musicista e del suo strumento. Il cellista, Stephen Isserlis è qualcuno che mi ha fatto ricordare di tutto ciò recentemente. Lui è semplicemente una persona con il suo strumento. Gli utensili e gli strumenti sono consumati dopo un lungo periodo d'uso. Vorrei soltanto dirvi questo che ci vorrà tanto tempo per lavorare su queste questioni, una vita intera. Quindi, alla fine del capitolo 4 si parla del bisogno di stabilità mentre noi lavoriamo su queste cose nella comunità. Gli strumenti dovrebbero diventare parte di noi. Tutto ruota attorno al nostro legame con gli altri, cercando di sviluppare un modo di vivere insieme armoniosamente, e sapendo che spesso ci sarà la disciplina giornaliera per migliorare. Per questo è così reale. Non la magia che fissa subito.

I processi della riconciliazione e della guarigione

Benedetto ha qualcosa da dire a riguardo, lui non vuole soltanto darci delle istruzioni. Credo che ci sia veramente tanto da guadagnare dallo studio dei capitoli 23-30 che chiamo il codice correttivo, e i capitoli 44-46. Spesso questi capitoli sono messi da parte in quanto considerati irrelevanti, e certamente qualcuno degli insegnamenti tra di essi potrà anche esserlo. Ma se noi guardiamo ai principi che Benedetto presenta, c'è molto da imparare. Così una delle questioni messe in luce dopo aver considerato la nostra colpevolezza che può apparire nella comunità è come possiamo agire per la riconciliazione. Non è difficile vedere le nostre colpe che sono parte integrante della condizione umana, ma non è facile rimediare alle situazioni quando le colpe intervengono.

Voglio fare luce su alcuni degli insegnamenti che sono contenuti in questi capitoli,

°le colpe non passeranno inosservate

Il primo punto che appare ovvio da questi capitoli è che le colpe non passeranno inosservate. Sono dati avvertimenti, prima in privato e poi se non c'è una correzione c'è una riprensione pubblica, e come ultimo appello il colpevole è scomunicato. Questo significa che la persona è estromessa dalla comunità – non sono permessi i contatti (25:2; 26) e a seconda della colpa, non può partecipare nella mensa o alla preghiera comunitaria. Questa è una grande privazione per quelli che amano la comunità. Comunque credo che Benedetto si aspetti che la punizione diventi una sorgente per creare soddisfazione e per emendare il comportamento, perché l'isolamento rende capace la persona di uno sguardo sincero sulla verità. La simpatia spontanea e il contatto possono impedire ciò. Tutto questo è per condurre alla guarigione, come nell'ultima parola di questo gruppo di capitoli, ut sanentur - Coloro che non chiedono perdono, alla fine devono sottoporsi al terribile processo che li porterà ad essere completamente tagliati fuori e ciò è graficamente descritto nel capitolo 28.

° Ma tutto è fatto con compassione....

Comunque, l'apparente durezza della punizione è fortemente mitigata dalla compassione a cui la Benedetto accompagna, e questo è il mio secondo punto. Egli parla sempre dell'escluso come di un fratello, quantunque alcune volte un delinquente o semplicemente un instabile o un debole o malato (27.1, 6; 28.5). In uno dei più bei capitoli della regola (a mio avviso) il capitolo 27 mostra una grande compassione. L'abate che ha imposto la punizione, agendo come un saggio medico manda dei fratelli più anziani e saggi a trovare il loro fratello in punizione per consolarlo, affinché lui non sia divorato di un eccessivo pentimento(27.3) l'amore per lui sia intensificato, Benedetto lo dice. Tutto questo sia fatto con cura con tutta la sollecitudine per quelli che hanno sbagliato.

La riconciliazione e la guarigione possono essere dolorose.

Il terzo punto che credo emerga da questi capitoli è che Benedetto capisce che la guarigione e la riconciliazione possono essere lente. Le misure che Benedetto fa, indicano questo – il tempo di riflettere, l'isolamento, la natura graduale della riaggregazione. Non solo la guarigione è lenta, ma può essere molto dolorosa nel momento in cui si sperimenta una maggiore consapevolezza di sé stessi, si arriva ad ammettere le proprie colpe, si cresce nella comprensione del bisogno di cambiamento, e si inizia ad intraprendere qualsiasi mezzo necessario per raggiungere ciò. Ecco la vera umiltà, conoscere i nostri limiti e sapere che noi dobbiamo dipendere soltanto da Dio. Ho sentito un programma alla radio qualche tempo fa, con un'intervista ad uno scultore Tasmaniano che ha disegnato un giardino di riconciliazione. Ha descritto l'immensa roccia che è il tratto principale. Questa roccia è spaccata in mezzo e il suo commento è stato che devi lasciare che il mondo spezzi il tuo cuore prima di poter perdonare ed essere realmente riconciliato.

°I riti hanno un ruolo molto importante

Un'altra cosa che Benedetto ha capito chiaramente sul processo della guarigione è il ruolo vitale dei riti. Lui aveva già detto ciò quando ha sottolineato nel capitolo 13 la recita della preghiera del Signore alla fine delle Lodi e dei Vespri perché così facendo le spine dello scandalo possono emergere (13.12). Verso la fine della Regola descrive un rito molto importante. Se un fratello è ripreso dall'abate lui dovrebbe immediatamente e senza dubbio prostrarsi per terra ai suoi piedi, rimanendo lì per fare penitenza fino a che l'agitazione è superata dalla benedizione degli altri (71.8). Comunque, nel contesto presente del discorso della riconciliazione dopo le colpe, l’uso più significativo del rito è la riaccettazione alla comunità del membro errante come è scritta nel capitolo 44. Userò questo esempio. In questo capitolo si descrive l’uso di coricarsi con la faccia a terra, inclinandosi ai piedi di tutti quando i monaci lasciano l'oratorio. Poi, quando l'Abate decide, il monaco che ha sbagliato si prostra a terra ai piedi dell'abate e poi ai piedi di tutti cosicché loro preghino per lui. Dopo lui può essere riaccettato nell'oratorio ma non necessariamente nello stesso posto, lui non può iniziare un salmo o una lettura, e alla fine di ogni ora dell'Opus Dei lui deve prostrarsi al suo posto. Finalmente, quando lui ha avuto soddisfazione può riassumere il suo posto in comunità.

Certamente noi non facciamo questo, e il pericolo quando noi ci troviamo di fronte ad una descrizione come questa è che noi poi mettiamo da parte tutto ciò. Ma penso dovremmo domandarci, che riti abbiamo? Che cosa facciamo quando qualcuno si distanzia dalla comunità? Che riti abbiamo per la guarigione, il perdono e la riconciliazione?

Perdono e Riconciliazione

Questo non è un tentativo di risolvere i problemi causati dalla colpevolezza nelle nostre comunità, ma il fatto è, appunto come noi cerchiamo il perdono e la riconciliazione. L'insegnamento di Benedetto sui processi che abbiamo già discusso sono importanti, ma probabilmente possiamo aggiungerne altri.

Per primo andiamo a vedere il perdono. Senza perdono, io non credo che la riconciliazione possa avvenire. Il bisogno di perdono è il comune insegnamento del vangelo. Quante volte devo perdonare, chiese Pietro? Sette volte? Io ti dico, disse Gesù, settantasette volte. (Mt 18:22) Questo è per sempre.

La parola perdono significa lasciar cadere l'odio, rifiutare di covare il bisogno di vendetta, andare oltre a ciò che pensiamo ci spetti di diritto. C'è un bell’esempio di questo in un articolo che Sheila Cassidy scrisse sulla tavoletta qualche tempo fa. Dopo una circostanza difficilissima nella sua vita e dopo una dolorosa riflessione, disse ...nonostante tutto il male che possiamo avere ricevuto, anche se il nostro odio può essere in qualche modo giustificato e comprensibile,  più lo assecondiamo, più esso ci avvelenerà. I nostri cuori diventeranno aridi e le nostre visioni oscurate e il nostro amore si seccherà di continuo. L'odio è un diavolo che deve essere scacciato e dobbiamo pregare per ottenere  la forza del perdono, poiché è perdonando i nostri nemici che noi siamo guariti - Un ex politico australiano, Tom Uren scrisse recentemente, da un punto di vista non cristiano. Odiare è sempre una cosa tragica. L’odio distorce la personalità e frantuma l'anima. E' più dannoso per chi odia che per chi è odiato.

Si potrebbe pensare a molti esempi dove l'odio è accantonato nel processo per la ricostruzione del perdono. Si pensi al caso del Cardinale Bernardino e dei suoi accusatori. Si pensi al trappista monaco Christian che nel momento della morte chiamò amico il suo assassino e lo affidò nelle mani di Dio, di quel Dio che egli intravedeva nell’uomo che tentò di ucciderlo. Stavo leggendo recentemente la storia di Giuseppe (Gen 42-47) e mi ha colpito la meravigliosa dichiarazione fatta da Giuseppe quando finalmente disse a suo fratello chi era. Avvicinatevi a me... Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto in Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perchè Dio mi ha mandato prima di voi per conservarvi in vita. Il perdono completo mostra il risultato della riflessione sul significato del tragico evento, e l'evento che non dovrebbe accadere e che potrebbe causare grande odio e il bisogno di vendetta (in alto, Chagall). Non è difficile pensare a degli esempi. Ma è più difficile farlo nelle nostra vita stessa. Giovanni Crisostomo tratta una questione interessante quando parla di pentimento e penso che ciò sia rilevante nel processo del perdono. Lui dice che il primo passo sulla retta via del pentimento è ammettere i propri peccati. Se noi facciamo questo allora possiamo più facilmente fare il suo secondo passo, cioè dimenticare gli errori, controllando il proprio carattere, e allora può avvenire il perdono. Conoscere le nostre colpevolezze rende più facile perdonare gli altri.

C'è una scrittrice della Nuova Zelanda, Stephanie Dowich, una psicologa che ha scritto un libro intitolato, Il Perdono e Altri Atti d'Amore. C'è intuizione in questo titolo. Il perdono è certamente un atto d'amore, e forse il problema è che non c'è abbastanza amore.

Se riusciamo a perdonare, allora possiamo muoverci verso la riconciliazione. Questa parola implica un ritorno all’unione e una ricerca di totalità.

Benedetto è drastico riguardo al ruolo dell’ Abate nel processo di riconciliazione. Ho pensato a tre cose che risaltano, e le ho selezionate perché alla fine dei conti esse si possono applicare a tutti noi. Esse sono la compassione, il servizio e la responsabilità. Ogni sforzo per il perdono e la riconciliazione deve coinvolgere la compassione. Lo sforzo per mantenere questo atteggiamento in un tentativo di portare alla riconciliazione richiede una buona volontà di servire, non solo per il bene delle persone ma anche per la comunità. Allora c'è il fatto che l'Abate è responsabile di coloro che egli ha in cura. Io penso che queste tre cose siano parte del reciproco amore degli uni per gli altri e una responsabilità per tutti noi, ma forse l'Abate è in una posizione privilegiata per garantire ciò che circola nella comunità e per fare il possibile per portare alla riconciliazione, al perdono, al non-giudizio, alla pacificazione. Ho notato una espressione straordinaria in un commento di Thomas Aquinas che dice, Nessuno può essere un buon pastore a meno che egli sia unito a Cristo attraverso la carità... Due cose gli sono richieste, essere responsabile per loro ed amarli; uno non è abbastanza senza gli altri.(in alto)

Il Perdono di Dio

Vorrei finire con un ricordo del perdono di Dio. Questo è splendidamente giunto a me da una novella di David Malouf (uno scrittore Australiano) (Conversazione a Curlow Creek p.138) Un condannato che stava per morire chiese alla sua guardia, C'è una cosa tanto grande quanto il perdono? Dopo aver tanto pensato, il poliziotto rispose, Se fossi Dio sceglierei di perdonare perché il mio cuore non mi permetterebbe altrimenti. Questo va al nocciolo della questione e gli strumenti che precedono e seguono la cosa con la quale ho iniziato- Se si ha una lite con qualcuno, si faccia pace prima del tramonto, (4.73) realmente ha assunto tutto ciò che sto dicendo. (in alto) 4.72 dice Pregate per i vostri nemici per amore di Cristo. Ancora una volta Benedetto vede possibile tutto ciò solo se Cristo è al centro. Alla fine del capitolo 7 ha cambiato il testo del Maestro per evidenziare che Cristo è il centro. E così finisce, pieno di speranza, nonostante le tante difficoltà di tutto questo, E non disperare mai alla misericordia di Dio (4.74)

Tutto questo rende possibile il nostro vivere in comunità possibile e ne fa una cosa diversa dalle abitudini del mondo. (in alto)